. mal di . marla

martedì 6 ottobre 2009

. inquietudine, inquietudine

Siamo parti di un meccanismo necessario che odiamo tutta la vita

 - in mezzo ai fastidi con il solo scopo di crearne altri? -

studiare per lavorare
lavorare per comprare
comprare per dover lavorare ancora di più
lavorare di più per vivere perennemente stanchi
vivere stanchi per non aver voglia di pensare
non pensare per non morire di consapevolezza
rimanere ignoranti per portare avanti il preciso meccanismo
che macina e macera il mondo da millenni

ci circondiamo di oggetti e legami che non servono, che soffocano lo spazio dell'immaginazione

tutto è preconfezionato, compresi gli anni della tua vita: te li vendono in pacchetti che tu dovrai solo pagare, scartare, posizionare. 

non devi pensare a come vivere la tua vita
qualcuno l'ha già fatto per te

sei la casella di un mosaico che puoi solo intuire, ma in ogni caso nessuno ti darà mai motivo per farlo.
- schiavi della materia, dell'oggetto, della massa-

siamo silenziofobici, feticisti della cacofonia, vogliamo qualcosa che ci riempia i timpani e neuroni da mattina a sera .. nessuno spazio all'ingrato compito di ritrovarti solo con la tua testa, guai se potessi mai PENSARE


inquieta, inquieta
l'autunno si fa sentire e marcia sulle nostre abitudini -sul nostro ottimismo-
agitata, frustrata

ho bisogno di lui in parte a me, tutto il resto non conta . . 

venerdì 18 settembre 2009

. ritorno al grigio


Il calore della spagna, della sua gente, delle sue tapas. Le onde gelide di Malaga, le sue viuzze attorcigliate, le passeggiate sul porto. La cattedrale mastodontica di Siviglia, i suoi aranci, i suoi pomeriggi torridi. Le interminabili camminate con lui, gli innumerevoli baci, gli occhi stanchi ma felici, il sonno mano nella mano.


Una settimana

Sette giorni
Centosessantotto ore

Diecimilaottanta minuti


Convivenza al sapore di melograno, rapida e sfuggevole. Una manciata di giorni, e perdersi sempre di più dentro questa storia, dimenticarsi di se stessi in quanto unità, in quanto cellula. Fondersi non è mai stato così naturale, e così dolce. E poi tornare qui, davanti al computer, fuori la pioggia instancabile, il grigio che non si arrende, le pozzanghere che si mangiano le strade e i prati. I genitori che fanno domande a cui non voglio rispondere, descrizioni e racconti che non voglio regalare. Persone che non ho voglia di rivedere, gli stessi noiosi posti che non voglio tornare a frequentare, squallore e ipocrisia che i muri trasudano. I treni luridi per la grigia Milano, il Mac sempre acceso, le giornate che iniziano con il buio e finiscono con la tenebra (dimentico il colore del sole).I soldi che mancano sempre, loro che urlano sempre. Togliere la canfora da cappotti, sciarpe, guanti. E il fottuto ombrello giallo.

Vederlo poco, sentirlo stanco. Dover giustificare a loro dove, come, quando.
Vederci in case che non sentiamo più nostre, far l’amore di sfuggita in taverna (attento, hai sentito?) o scappare a rifugiarsi nel nostro angolo, che puzza di fumo ma è più accogliente di qualsiasi altra stanza. Troverò pace ancora in quegli istanti rubati tra un giorno e l’altro, tra un lavoro e uno studio, tra un po’ di stanchezza e un po’ di evasione.

Benvenuto autunno
Sbrigati a scorrere.

mercoledì 29 luglio 2009

. ricordi al vetriolo


C’è chi può vantare uno splendido rapporto con i propri genitori.

Altri, come me, si limitano ad alzare le spalle e a lasciare intendere che è uno di quei rapporti convenzionali che vanno avanti senza bisogno di porre interrogativi. Nessuna delle due parti ne avrebbe voglia, dopo anni e anni di discussioni pre stampate.


Problemi di incomprensione piuttosto gravi, a tal punto che spesso credo di parlare una lingua diversa rispetto alla loro. Un idioma nuovo probabilmente sviluppatosi nel corso degli anni, influenzato da correnti esterne al bilocale d’infanzia. Due linguaggi che non trovano incastro, poiché coniati in epoche lontane.

Come se guardassimo in direzioni opposte, come se non trovassimo lo stesso sentiero. Mete diverse e diversi modi di concepire il viaggio.

In quale momento ci siamo persi? In quale istante si è spezzata quella trama di affetto incondizionato, sincero e fiducioso degli anni della mia infanzia? Non trovo risposte, e mi ritrovo a convivere con due persone che a malapena sanno che cosa sto studiando da due anni a questa parte. Due persone che di fronte alle discussioni più futili, più lineari, sanno reagire solo alzando il tono di voce (come se la cosa ormai sortisse su di me un effetto diverso dalla rassegnazione) e imponendo un religioso silenzio, come a significare che nel momento in cui le bocche si chiudono, le questioni si risolvono. Si avvalgono ormai di un’autorità pressoché inesistente, e fanno appello ai sani valori di rispetto e stima che una figlia normalmente (a dir loro) prova nei confronti di chi li ha generati, cresciuti e nutriti con tanto amore. Tutto ciò nella speranza di tornare a circondarsi di quell’aura di rispettabilità che una volta mi metteva tanto in soggezione.


Quella persona appassita sul divano in sala una volta era “il mio papà”. E quanto affetto trapelava da queste tre paroline! Quando si avvicinava l’orario della cena, mi appostavo in camera fino a sentire il gracchiare della sua auto che parcheggiava nel garage, e poi correvo ad aprire la porta, per aspettarlo lì sulla soglia e saltargli al collo. Vecchi ricordi che hanno perso tutto il loro sapore, avvelenati dall’incomprensione maturata di anno in anno. Abbiamo finito per guardarci di sfuggita con reciproca rassegnazione, smettendo di sperare che uno dei due diventi ciò che l’altro desiderava avere. Un padre che sa ascoltare, una figlia che sa accettare: due ruoli che non siamo mai stati capaci di interpretare. Lui ha finito per andare avanti nel tentativo di diventare un uomo saggio, stimato e rispettato, finendo per diventare un estraneo in casa propria, e un fallito nel mondo lì fuori. La facciata che ha provato (che prova) a costruire si vena di mille e mille crepe, di innumerevoli imperfezioni, visibili a sua figlia più che a chiunque altro. L’audi (usata), i vestiti di classe (rammendati), le scarpe di cuoio (regalate), le cene offerte (a fatica). Un quadro pietoso. Uno spettacolo pessimo, soprattutto se visto dal “dietro le quinte”; una vita mediocre, costellata di delusioni e fallimenti repentini.


Sicuramente ciò che lui pensa sul mio conto non sarà meglio di ciò che ho appena scritto su di lui. La propria figlia come la delusione peggiore, finita a studiare in una scuola che non le darà un titolo di cui vantarsi con gli amici, che non indossa abiti firmati ma preferisce accozzare stoffe e colori inusuali e di poco gusto, che non si adegua al tanto decoroso standard di ragazza bergamasca, che non si accontenta della musica “che ascoltano tutti” ne dei locali bergamaschi “in cui vanno tutti”, che si ostina a fare la ribelle e ad uscire con dei drogati, che non ha riconoscenza ne rispetto per nessuno, che si colora la pelle con gli aghi e si infila pezzi di ferro nella carne. Che delusione son stata per te, papà. Son diventata esattamente l’opposto di quello che avresti voluto che io fossi.


Una figlia l’hai persa quattordici anni fa.
Questa te la sei giocata in un momento impreciso della sua adolescenza.


sabato 25 luglio 2009

. geniale

martedì 21 luglio 2009

. regina dei ghiacci

Scucire i fili che tengono sigillata una vecchia ferita e tornare a farla sanguinare, per pulirla ancora una volta. Quante volte è necessario ripetere l’operazione per giudicare l’intervento riuscito? E quand’è che osservando la cicatrice si può stabilire di aver fatto un numero sufficientemente alto di tentativi?

 

Questa notte mi son sentita definire come “un muro liscio, piatto, impossibile da scalfire”.

Io son fatta di emozioni nella loro forma più grezza, più materica. Ho come alleate più fedeli le lacrime, ma mi chiamano carnefice.

 

Vale la pena di rimettere sul tavolo carte che avevo accantonato per rivedere il mio futuro? Vale la pena di dispensare condoni a chi si mostra pentito per conto di terzi? A chi non si “prende la briga” di continuare a tentare, ma che si abbandona a confidenze fuori luogo con persone che verranno di certo a riferirmi ogni parola?

Sono arrabbiata, ancora una volta, e la nicotina stasera non riesce a sedarmi, i pensieri macinano e corrodono.

Mi ritrovo a dover riprendere in mano una delle questioni pi spinose che mi sia capitato di affrontare negli ultimi anni; e questo per via di un incontro “fortuito” tra il mio presente e il mio passato (metaforicamente parlando), in uno dei tanti, inutili locali dell’anziana bergamasca.

L’ennesimo spettacolino messo in scena davanti alla persona più conveniente, oppure sincero pentimento nascosto alla diretta interessata per orgoglio marcio e sbandierato a terzi per un dolore troppo grande da nascondere?

Leggo le mie parole e le sento banali, ma non trovo frasi nuove per ripensare a una questione consumata per mesi. Sostanzialmente, io pensavo non ci fosse più niente da dire.

Ora mi viene chiesto (indirettamente, come sempre) di concedere una possibilità. Ma di rimando mi chiedo: cos’ho da guadagnarci IO? Mi posso permettere di essere egoista questa volta? Posso evitare di riaprire cassetti, posso aggirare conversazioni fastidiose, posso fare a meno di tornare a trascinre vecchi problemi già risolti per conto mio?

Perché riavviare un processo per una questione che non mi sta più a cuore?

Buona, son buona. Di certo non la Madre Teresa della Val Seriana, ma un pezzo di pane sì. Basta veramente poco per smuovermi, chi mi conosce lo sa bene. E non è questione di toccare i tasti giusti, è questione di metterci il cuore. Nel momento in cui la persona che ho davanti ci mette l’anima, mi sciolgo come neve al sole. Se però vedo indifferenza, se sento silenzio, la mia reazione non potrà che esser simile, non potrò far altro che declassare la questione. Tu non ci metti impegno, io mi rassegno. 

martedì 2 giugno 2009

. condivisione dei beni




“No amore non posso stasera, esco con gli uomini”.

Carissime, quante volte vi è capitato di sentire questa nenia? Già conosco la risposta: innumerevoli. Quando comprate un uomo, dovete mettere in conto che dovrete condividere il tutto con “la moglie”. E con “la moglie” intendo la combriccola di amici rigorosamente single che, non trovando una donna fissa, si spacciano come scopatori occasionali consapevoli e consenzienti, e frantumano i coglioni del cretino che s’è fatto accalappiare e ridurre a zerbino. E chiaramente fanno venire i patemi d’animo novizia che passa per pallalpiede.

Gli eterni Peter Pan, quelli che “non si vogliono impegnare” (leggi: non trovano una martire disposti a tollerarli), quelli che nel comodino, al posto della Bibbia, tengono “Analingus Vol.8”, quelli che se non si parla di sesso non si ride, quelli che se non si spende 50 euro in Long Island non è serata.

Tutta facciata la loro, perché sono sì un po’ bambinoni, ma in realtà covano interessi ampi, ambizioni, addirittura pensieri. Nella loro mente do per certo che esistano cassetti segreti, custodi di ragionamenti curiosi e di immagini prive di nudo femminile. Maschere, maschere, di plastica o di ironia che siano, incollate sui visi come barriere anti-responsabilità. Ah già, m’ero scordata. A 20 anni bisogna bere, fumare, fottere.

Bevi, fuma, fotti.

Bevi, fuma, fotti.

Bevi, fuma, fotti.

Cretina tu che pensi di avere dei diritti sulle attività del tuo uomo. Non parliamo poi di precedenze. Loro arriveranno sempre da destra.

Ragazza, mettiti l’anima in pace. La “moglie” (quella vera, non tu che pretendi una o due sere di intimità con il tuo ragazzo), vi aliterà sempre sul collo. Sarà sempre lì a minare programmi e cenette, proponendo come merce di scambio fiumi di vodka e cubiste ingabbiate con la cellulite solo accennata.

È una partita persa cocca, rassegnati. Ognuno ha le sue priorità. Le donne, per qualche strano motivo di natura istintiva, una volta accoppiate mettono la dolce metà davanti a qualsiasi cosa, consapevoli anche del fatto che amici/e capiranno e non asciugheranno se i ritmi delle uscite insieme cambieranno, diradandosi per evidenti motivi. Gli uomini no. Soprattutto gli uomini “amici”. Le priorità non cambiano, e nemmeno i ritmi (in teoria).

Lui ti mette sullo stesso piatto degli amiconi. Tu metti lui sul piatto grande, e tutti gli altri in ciotoline più piccole.

Per sempre, nei secoli dei secoli. Amen.


Se mai leggerete, non prendetevela ragazzi. Vi voglio bene, e tutto ciò è frutto di un momento di fastidio.

lunedì 18 maggio 2009

. il numero 3

Ok, premetto che questo sarà un post in perfetto stile “Sex & the city”. Solo che, al posto della magrissima Carrie Bradshaw in decolletè Prada e collier di Tiffany ci sono io, con tanto di Vans ai piedi e maglietta H&M . Ventunanni e un’esperienza sotto le lenzuola che non annovera decine di uomini presi e scartati come calzini (a differenza del telefilm citato sopra, dove in ogni puntata fiocca un bizzarro esemplare di uomo, con relative manie e fobie).

Ma, dall’alto della mia misera esperienza con preservativi & co., mi sento in vena di sprecare un po’ di pixel parlando della richiesta che prima o poi qualsiasi ragazzo vi farà.

Sto parlando delle otto famose parole: “Cosa ne pensi di una cosa a tre?”. Se la domanda viene posta da un ragazzo è quasi inevitabile che con “tre” si intenda tu, lui, e un’altra lei.

Ora. Io sono fermamente convinta che in ogni esponente del gentil sesso risieda una fetta di sana omosessualità, grande o piccola che sia. Non credo alle finte omofobiche che disdegnano anche innocenti baci saffici. E non lo sto dicendo perché voglio spacciarmi come donna dalle ampie vedute e pronta a sperimentare ogni genere di pratica sessuale. Semplicemente penso (e non sono l’unica, ve l’assicuro) che tutte le donne pensino all’esperienza lesbica come affascinante. Il corpo femminile è innegabilmente un’opera d’arte, difetti compresi. Le linee che disegnano la figura femminile sono semplici, pulite, morbide, si muovono e culminano in una forma che a me ricorda tanto quella di alcuni strumenti musicali, creati apposta per essere suonati con le dita. Nella donna risiede una componente di dolcezza che corre parallelamente a quella della sensualità: un mix che sconvolge gli uomini, ma che non può non piacere anche alle donne stesse. Guardare una donna è bello, punto.

Dando quindi per certo (almeno in linea teorica) che qualsiasi esemplare di genere femminile vorrebbe provare almeno una volta ad entrare in intimità con un altro esponente dello stesso sesso, e che quindi questo non costituisca il nocciolo della questione, io mi chiedo: quante donne sarebbero disposte a condividere con un’altra il proprio uomo?

Diciamocelo, la donna è gelosa fino al midollo. Anche i suoi globuli rossi lo sono. La donna sprizza gelosia, è possessiva dalla nascita. Pur essendo di natura civettuola, quando una femmina si accaparra un maschio, se lo tiene stretto con i denti e con gli artigli. Quando il rapporto con il partner diventa stabile, tutte le donne che osano posare lo sguardo su di lui, o peggio ancora, si azzardano a proferir parola rivolgendogliela, diventano automaticamente puttane. Sì, è così: quando stai con un uomo, inevitabilmente ti sembrerà che l’intero mondo femminile cospiri per portartelo via. Ti sembrerà che tutte si mettano minigonne più corte e azzardino scollature più audaci, ti sembrerà che tutte ridano in maniera da scoprire il collo e stordire il maschio con l’ultima fraganza di Gucci, ti sembrerà che tutte organizzino la propria vita per portarti via l’uomo dal letto e per infilarselo nel proprio. Ovviamente io sto esagerando, ma fateci caso, fanciulle. Tutte le donzelle che vi sono sempre sembrate innocue ed insipide, nel momento in cui “ufficializzate” il legame con il vostro uomo, diventan tutte zoccole.

Detto questo, continuo a chiedermi: ma sti ménage à trois, esistono veramente fuori dai set di film porno? Esistono seriamente ragazze così generose da lasciare che altre stantuffino il loro masculo?

Oppure sono io quella esagerata nell’altro senso, quella affetta da gelosia patologica, che non riesce a concretizzare fantasie e desideri tanto diffusi? Perché, chiariamoci: io non dico di non fantasticare mai su acrobazie e giochini da condividere con più di una persona. Ci fantastico, eccome (come tutti, non ditemi di no!). Solo che quando penso di mettere effettivamente in atto la fantasia in questione, ecco che la signora Gelosia si fa largo a suon di spallate e ceffoni. E penso: un’altra nel nostro letto? In mezzo a noi due?

Mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm.

Se mi ascolto da fuori ammetto di sembrare un po’ bigotta. La classica ragazza che non concede sfizi, solo il missionario, grazie. Vi assicuro che non è così. Il sesso è divertente, e far l’amore è un volo in prima classe per il Paradiso. Solo sto provando sulla mia pelle, concretamente, di come, man mano che un rapporto diventa stabile, il sesso diventi più intimo. Detto così sembra banalissimo. Voglio dire che si arriva ad un punto in cui si pensa con disgusto al condividere il letto con una persona che non sia lui. Ora come ora, l’idea che qualcun altro appoggi la sua pelle sulla mia, che senta il mio calore, mi fa rabbrividire. Sono pazza? Mi sto allontanando così tanto dall’istinto? Mah. Anche se fosse, mi va bene così.

Temo di non poter essere così generosa. È mio e basta signore, mettetevi il cuore in pace.